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Servizi sì e servizi no legati al crowdsourcing (in Italia)

November 19th, 2010 · 5 Comments

Casi_crowd

In occasione della presentazione del libro “Crowdsourcing. Il valore partecipativo come risorsa per il futuro del business” di Jeff Howe alla Triennale di Milano (16 novembre 2010), è stato organizzato un dibattito a cura di Bruno Pellegrini (TheBlogTV) e Riccardo Luna (Wired) durante il quale è stata presentata la mappa del crowdsourcing in Italia, una delle prime evidenze del lavoro in progress di crowdsourcingnetwork.it, un network online finalizzato all’individuazione delle best practices italiane nel campo.

crowdsourcingnetwork

Da definizione il termine crowdsourcing (da crowd, gente comune, e outsourcing, esternalizzare una parte delle proprie attività) definisce un modello di business nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio o di un prodotto ad un insieme distribuito di persone non già organizzate in un team.
Data questa definizione, vien da sè, a mio avviso, che si tratti di un modello per esternalizzare delle competenze ottenendo lavoro a basso costo, se non gratis, facendo leva su svariate motivazioni (bisogno economico, ricerca di visibilità, ecc…).
In realtà, pur rimanendo aderenti alla definizione, io introdurrei 2 macro-categorie distintive, la prima che identifica quelle iniziative il cui vantaggio è principalmente per chi le lancia e la seconda che identifica invece le iniziative in cui il vantaggio può essere sostanzialmente considerato reciproco. (vedi anche post “La ricerca sugli utenti in crowdsourcing: chi e come”)

1. Servizi no
In questa prima categoria rientrano, secondo me, tutte quelle piattaforme che di base hanno lo scopo di accedere ad un bacino di risorse molto più ampio di quello che si potrebbe avere internamente, ottenendo un risparmio sul lavoro. Includo anche i network dedicati principalmente ai lavori creativi, che si basano sul modello della gara per fornire progetti (per esempio di comunicazione) alle aziende. Se da un lato può sembrare un servizio che agevola l’incontro tra domanda e offerta e che potenzialmente amplia il bacino di opportunità per i professionisti, dall’altro presuppone un lavoro gratuito completo nella speranza di vincere la gara e alimenta un processo poco professionale. Diversi esempi sono individuabili sulla mappa di crowdsourcingnetwork.it.

2. Servizi sì
Tra i casi raccolti nella mappa se ne individuano anche diversi che invece sono estremamente interessanti, dal momento che l’uso del modello del crowdsourcing genera un impatto positivo sulla società o sulle persone che partecipano.

Casi_crowd1

Un primo gruppo include servizi in cui la partecipazione ha forti ricadute sociali, come:
> Pazienti.org in cui la condivisione delle esperienze sanitarie va a beneficio di tutti i cittadini
> CriticalCityUpload, un gioco online di trasformazione urbana  che sostiene lo sviluppo di progetti reali nella città
> Open Foreste Italiane che si pone l’obiettivo di prevenire e gestire i rischi di incendi grazie alla condivisione di dati e la partecipazione attiva dei cittadini
> ePart, un portale web che consente ai cittadini di segnalare disagi e disservizi presenti nel proprio Comune.

Casi_crowd2

Un secondo gruppo è rappresentato da quei servizi che migliorano la customer satisfaction (raccolta di idee, critiche, ecc..) avendo allo stesso tempo accesso  ad un patrimonio di conoscenza importante per lo sviluppo di prodotti e servizi:
> La Banca delle Idee, un punto di raccolta di idee e confronto per i clienti realizzato da Banca Sella e che finora ha portato allo sviluppo di diversi nuovi servizi (Mobile Banking, Sella Box, Portalle Sella.it, Piattaforma Fondi)
> ReWired, piattaforma per la raccolta di suggerimenti e contenuti della rivista Wired Italia
> Vodafone Lab, il laboratorio di idee di Vodafone Group.

Casi_crowd3

Un ultimo gruppo è quello in cui il vero e proprio lavoro degli utenti porta loro un equo beneficio grazie all’idea di funding:
> Creative Swarm, una piattaforma per l’incontro tra chi ha un progetto e i possibili finanziatori
> Openwear, un progetto di design collaborativo nell’ambito della moda.

Fonti: tutte le fonti sono linkate all’interno dell’articolo

Autore: Lidia Tralli, donnadiservizio.com

English version (by Google Translate)

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5 responses so far ↓

  • 1 Bruno // Nov 21, 2010 at 3:36 pm

    Ciao Lidia,
    trovo il tuo articolo molto interessante. Il problema che poni è rilevante ma la soluzione non può essere a mio parere così facile come identificare come “servizi no” quelli che permettono alle aziende di ridurre i costi (posto che solo di quello si tratti…) A parte che se adottassimo questo criterio allora dovremmo utilizzarlo anche per l’outsourcing e per molte innovazioni tecnologiche che sostituiscono il lavoro dell’uomo. Allo stesso tempo mi potrei chiedere per quale motivo, come azienda, devo pagare centinaia di migliaia di euro una idea “ufficiale” se posso averne una non ufficiale ma altrettanto efficace con poche decine di migliaia di euro. Stiamo forse dicendo di dare la patente alle idee per difendere le corporazioni e i mestieri attuali? E che differenza c’è dallo sfruttamento che si perpetua nelle agenzie sulle idee degli stagisti di cui si appropriano i direttori creativi per venderle a caro prezzo? Non è forse pià meritocratico un contest?

    Rittengo però, come ho scritto, che il problema posto sia importante. A mio parere va però affrontato con l’obiettivo di definire un codice comune per questo tipo di attività, una sorta di minimo requisito in termini di pagamento, trattamento dei dati e dei diritti, trasparenze delle regole, visibilità all’autore, etc.

    Grazie ancora per il contributo
    Bruno

  • 2 Lidia // Nov 25, 2010 at 5:16 pm

    Ciao Bruno,
    grazie a te per il contributo!

    E’ chiaro che quella che ho proposto è una semplificazione da “titolo” di un post e che il crowdsourcing pone molte questioni non immediatamente comprensibili e risolvibili, ma allo stesso tempo rappresenta il mio personale punto di vista su servizi più o meno promettenti, interessanti e con un lungo futuro. Non è mia intenzione negare il libero mercato o difendere mestieri e corporazioni nè tantomeno il circolo vizioso degli stage sotto costo. Mi chiedo semplicemente in quali tipi di servizi e con che modelli, il crowdsourcing, che permette di attingere ad un bacino di risorse ineguagliabile, possa veramente fare la differenza per entrambe le parti. Penso da un lato all’esempio di Linux, che non credo avrebbe raggiunto risultati simili senza il crowdsourcing, e dall’altro ad un sistema di gare i cui partecipanti forse un giorno si stancheranno di lavorare a basso costo…

    Per questo mi pare molto interessante lo spunto riguardo la definizione di un codice condiviso su compensi, visibilità, diritti, ecc…, di sicuro da approfondire

    grazie e a risentirci!
    Lidia

  • 3 Alternativa peer to peer alla banca tradizionale: Prestiamoci.it // Dec 9, 2010 at 5:43 pm

    […] è la prima community di prestiti tra persone in Italia, presente anch’essa nella mappatura di crowdsourcingnetwork.it, a cui voglio dedicare uno spazio a se stante dal momento che permette di trattare aspetti molto […]

  • 4 Dai servizi ai servizi trasformativi (con esempi di Engine e thinkpublic) // Dec 14, 2010 at 3:23 pm

    […] (My Police, supermercati cooperativi, la ricerca sugli utenti) o del crowdsourcing (Pazienti.org e servizi in crowdsourcing), in ambiti che vanno dalla salute, ai trasporti, al cibo, ai servizi […]

  • 5 Come partecipare al dibattito sul crowdsourcing: Roma, 7 febbraio // Feb 1, 2011 at 4:11 pm

    […] approfondire in modo partecipativo (così come l’argomento richiede) l‘attuale e dibattuto tema dell’uso del crowdsourcing per la creazione di prodotti e servizi innovativi, l’occasione può […]